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Negli ultimi giorni i mercati hanno dato l’impressione di muoversi senza una direzione chiara. In realtà, sotto la superficie, qualcosa si sta accumulando. Non è rumore, è attesa. Un’attesa concentrata tutta su una manciata di dati macro che rischiano di riscrivere le narrative di breve periodo su valute, indici, criptovalute e oro.
Il primo segnale è arrivato già la scorsa settimana, quando i Non-Farm Payrolls attesi il venerdì sono stati rinviati a questo mercoledì alle 14:30. Uno slittamento tecnico, certo, ma che ha avuto un effetto immediato: ha congelato le decisioni degli operatori, rimandando prese di posizione più nette.
Subito dopo, il calendario si fa ancora più denso. Nel giro di pochi giorni arriveranno:
Retail Sales USA (martedì 10 febbraio)
GDP USA (Giovedi 13 febbraio)
CPI USA (Venerdi 14 febbraio)
È qui che la settimana smette di essere “normale”. Perché non si tratta di singoli dati, ma di un pacchetto macro completo: lavoro, consumi, crescita e inflazione. In altre parole, tutto ciò che serve al mercato per capire se le attuali aspettative sui tassi hanno ancora senso.
Partiamo dall’EUR/USD, perché è qui che la lettura dei mercati diventa più interessante di quanto sembri. Nelle scorse analisi era stato indicato 1,18 come livello di supporto chiave, e i prezzi lo stanno rispettando.
Il movimento delle ultime settimane assomiglia molto più a un ritracciamento fisiologico che a un vero cambio di trend. La struttura di fondo resta costruttiva e, se i dati macro USA dovessero raffreddare le aspettative su crescita e inflazione, la rottura di 1,20 tornerebbe sul tavolo.
In prospettiva, il mercato continua a guardare più in alto. 1,25 resta il target di medio-lungo periodo, ma il percorso passerà inevitabilmente dai dati di questa settimana.
Prima ancora che dalla tecnica, la direzione dell’euro dipenderà da NFP e CPI.

Il cambio USD/JPY è probabilmente il grafico più “politico” di tutti in questo momento. Il rafforzamento recente non nasce dal nulla. In Giappone, la vittoria elettorale del primo ministro ha rafforzato la fiducia del mercato nel governo, e il messaggio di collaborazione fluida tra autorità politiche e istituzionali è stato recepito chiaramente.
Il risultato si è visto subito: il Nikkei ha messo a segno un +6%, mentre lo yen ha guadagnato terreno contro il dollaro. Ma qui entra in gioco la memoria storica del mercato.
C’è un’area che continua a fare paura:
158 – 160 su USD/JPY
È una zona nota, associata a precedenti interventi della Bank of Japan. Nessuno sa se e quando scatterà uno short strutturale. Quello che si sa è che qui sopra il rischio non è simmetrico.
Il mercato lo sente. E infatti, nonostante la forza apparente, la convinzione è tutt’altro che totale.

Il mondo crypto ha vissuto una settimana complicata. Bitcoin è sceso sotto i 60.000 dollari, salvo poi stabilizzarsi nuovamente in area 70k. Una tenuta tecnica, sì, ma priva di entusiasmo.
La pressione resta prevalentemente ribassista, e non si può escludere un nuovo test dei minimi o un’estensione verso zone più basse.
Per chi guarda al lungo periodo, questi livelli possono sembrare interessanti. Ma il contesto macro suggerisce prudenza: finché il dollaro resta sostenuto e i tassi rimangono un’incognita, la volatilità resta il vero rischio.

Sugli indici azionari il messaggio è sottile ma chiaro. Il Nasdaq aveva raggiunto una zona di sell, mentre l’area di interesse per acquisti era stata individuata tra 24.700 e 24.000. Una reazione c’è stata, ma senza convinzione.
Il punto è un altro: da oltre 150 giorni il Nasdaq è intrappolato in una fase laterale. E quando un indice tecnologico smette di guidare, non è mai un dettaglio.
Alcuni segnali non vanno ignorati:
Microsoft è tornata sui minimi di aprile
Nvidia lateralizza da settembre
Meta non è più sui massimi
Il settore tech, oggi, non sta performando come leadership di mercato, ma come comparto in consolidamento. Ed è una differenza sostanziale.

L’oro è stato uno dei protagonisti del 2025 e potrebbe esserlo anche nel 2026. Ma in questo momento, più che un trend, sta vivendo una fase di consolidazione.
Dopo settimane di movimenti violenti alternati a giornate piatte, il prezzo si è stabilizzato, con variazioni intorno all’1%. Non è debolezza. È incertezza.
Non esistono veri supporti o resistenze affidabili. Compratori e venditori stanno ancora “negoziando” il valore reale dell’asset.
E ancora una volta, tutto passa dai dati macro: NFP, CPI, crescita e consumi saranno determinanti per capire dove si fisseranno i nuovi livelli di equilibrio.

Questa non è una settimana come le altre. I mercati non stanno dormendo: stanno aspettando. Valute, indici, crypto e oro sono tutti sospesi su dati che potrebbero sbloccare direzioni rimaste congelate per settimane.
La vera domanda non è “cosa succederà”, ma cosa i mercati stanno già scontando. E la risposta arriverà solo quando il calendario economico smetterà di essere un elenco di date e tornerà a essere prezzo.
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